Visualizzazione post con etichetta Alessandro Massobrio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alessandro Massobrio. Mostra tutti i post

martedì 14 agosto 2012

L'identità del fuoriuscito

Giudizi critici apparsi sugli organi di stampa:

"René Caillé, esploratore francese del primo Ottocento, figura storica dimenticata dai libri di storia ma non da chi nella storia ricerca paradigmi di comportamento, è mosso da due valori che oggi non potrebbero che essere considerati inattuali: l'avventura e lo scavo interiore. O meglio, l'avventura come luogo (il deserto) ove la ricerca di se stesso procede più speditamente perché niente e nessuno osa frapporsi tra l'io e l'io... Caillé decide di tagliare dietro di sé i ponti che lo legavano alla vecchia Europa per realizzare un sogno: raggiungere la favolosa Timbuctù, scrigno - secondo i cronisti dell'epoca - di inimmaginabili meraviglie. Per far questo l'esploratore si sottopone ad un duro apprendistato all'islamismo. Nasconde nel fondo di se stesso la propria identità cristiana ed europea e simula, in una sorta di pirandelliano gioco delle parti, una identità che non gli appartiene." Alessandro Massobrio, "Il Giornale", Genova, 16.06.1966.

"Un romanzo storico il cui scenario è quello delle esplorazioni europee dei primi dell'Ottocento e il cui protagonista è quel personaggio singolare che fu René Caillé, il quale, per raggiungere Timbuctù, si avventurò da solo in territori mai percorsi da europei facendosi passare per arabo. Ma quest'opera non è solo una ricostruzione storica di un'impresa memorabile, bensì vuole essere una sorta di riflessione critica su quel lungo confronto che è stato il rapporto dell'Europa con la cultura del resto del mondo. Scegliendo quale protagonista un esploratore che si introduce in un mondo misterioso per carpirne i segreti, ma che sostanzialmente rimane deluso nelle sue fantasiose aspettative (rischiando anche di perdere la sua identità culturale e religiosa), l'autore ha voluto raffigurare simbolicamente il cammino della cultura occidentale: l'era delle esplorazioni ha di fatto segnato l'inizio di quel processo che ha portato alla crisi attuale della cultura europea e occidentale".
Francesco Grisi, “Il Corriere di Roma”, Roma,30/06/1997

"Scritto in uno stile prezioso ed elegante, carico di suggestioni non soltanto visive ma assai spesso sonore, L'identità del fuoriuscito si propone come raro esempio di prosa poetica in una temperie letteraria in cui sia la vera prosa sia la vera poesia sembrano essere scomparse".
Alessandro Massobrio, “Secolo d'Italia”, Roma,24/7/1996


"L'autore dosa abilmente fiction e realtà presentando il viaggio del protragonista attraverso il "Continente nero" come un itinerario che lo conduce alla scoperta di se stesso e del suo modo di concepire la vita, portandolo a fantasticare su una realtà diversa e originale quasi attraverso una luce magica. Ma Caillé è anche un personaggio pirandelliano per come riesce a portare la maschera della sua fittizia identità musulmana, con disinvoltura e anche con amara consapevolezza. Si interroga insistentemente sul suo sentirsi, a tratti, sdoppiato, sul suo sapere di non essere così come gli altri lo vedono e teme addirittura che il mentire con tanta abilità gli faccia perdere di vista il confine tra realtà e finzione".
Valeria Bonanni, “La Via”, Napoli,9/09/1996
"

L'identità è il bene più prezioso, che non bisogna perdere e a cui non bisogna mai rinunciare, specie se questo avvenisse per inseguire un sogno/miraggio/inganno, come quello che fatalmente attrasse René Caillé, protagonista di questo libro, che distrusse la sua vita dopo avere distrutto la propria identità cristiana ed europea nel vano ed ostinato proposito di giungere, da finto arabo, alla leggendaria e inaccessibile Timbuctù".
Giulio Palumbo, Spiritualità & Letteratura, Palermo,maggio- agosto/1996

 "Il consiglio è di leggere il romanzo senza cercare sensi nascosti. Essi verranno da soli. Alla fine potrebbero sintetizzarsi nella convinzione che l'identità è un bene irrinunciabile, che occorre cercare, ma senza svendersi mai, senza mai tradire le verità che ci hanno nutrito prima ancora che avessimo la possibilità di conoscerle e comprenderle"
A cura di Civitas Christiana, Verona,febbraio-luglio/1997.


Il romanzo, nel corso del 1996, ha ricevuto il premio per la narrativa dal Sindacato Libero Scrittori Italiani, e il premio Internazionale letterario Tito Casini



 

mercoledì 8 agosto 2012

Eldorado



Giudizi critici apparsi sugli organi di stampa:
"La differenza tra barbari e civilizzati non è né strutturale né irreversibile, ma puramente accidentale: se non è mai esclusa la possibilità dell'ascesa del barbaro alla condizione civile, non è neppure impossibile l'inabissamento, la volontaria e lucida discesa dell'uomo civile alla condizione del barbaro, che è descritta da di Francescantonio con sottile e penetrante analisi psicologica. ELDORADO è dunque un pressante invito a riflettere sulla civiltà occidentale, che la suicidaria corrente sessantottina sta trascinando nelle selve del pensiero decostruito e della morale selvaggia". Piero Vassallo, La Discussione, Roma, 6.10.2006

"Ecco un libro che capovolge il mito del buon selvaggio corrotto dall'uomo civile, e racconta come possa, in maniera quasi spontanea e naturale, accadere l'esatto contrario. Siccome oggi vanno tanto i thriller con tanto di suspence, di Francescantonio non si è lasciato scappare l'occasione e ha trovato la chiave per intrigare ed emozionare il lettore. Oltre 200 conquistadores e indios convertiti affrontano la dura esperienza di una traversata sotto piogge torrenziali e continui pericoli alla ricerca di un tesoro immenso quanto illusorio: una montagna d'oro. E' nel corso di questa avventura che il famoso mito del "buon selvaggio", sbandierato da decine di scrittori, da Rosseau a Lévi-Strauss, viene ridimensionato a suon di fantasia ma anche a suon di logica".

Luciano Garibaldi, Secolo d’Italia, Roma,12.10.2006

"All'inseguimento dell'oro degli Incas, seguendo le tracce di un'avventura senza tempo. Ma anche un romanzo storico che, per le sue caratteristiche, ricorda Stevenson, Kipling e soprattutto Conrad... Posto all'interno di una realtà d'estrema barbarie, l'uomo dell'Occidente finisce per dimenticare i principi etici e morali della propria civiltà per convertirsi alla stessa ferocia del selvaggio."

Edo Meoli, Il Secolo XIX, Genova,31.10.2006

 "Una storia scolpita senza tregua. Che avanza a carponi aggrappandosi a dogmi.
L'autore usa l'accetta e crea blocchi di emozione e storia. È un racconto risucchiato, a ridosso di conquistadores che avanzando si perdono e di indios battezzati senza consapevolezza. Non c'è dilatazione, l'umido soffoca, la pioggia scorre sotto la pelle e le piante stringono la gola. È qui che l'autore s'inabissa. L'io narrante tiene tempi e modi da diario di bordo. Sta registrando un viaggio che vuole altre interpretazioni. Ma osserva e racconta sempre. Anche quando c'è da guardarsi dentro e scoprire l'orrore. Intanto gli appunti sulla foresta falciata dalla pioggia, le abitudini degli indigeni, il «memento» del guadagnare a Dio nuove anime. Mentre gli indios prigionieri assicurano che l'oro c'è, più avanti, oltre la foresta. L'autore smonta il mito del buon selvaggio e lo trasforma in stadio di coscienza. La vecchia Europa ci si specchia e si stordisce. E' il pasto totemico, è la grande madre, è l'indistinto, è la vertigine. Erano venuti per conquistare alla morale e al costume occidentale le Nuove Indie. La pioggia li ha divorati lentamente, li ha spogliati. I piedi si sono induriti e i valori capovolti... Lucido, preciso, disarmante, di Francescantonio stacca su un pezzo di storia, la riporta a galla e la congela. Una foto gravida, spalle all’etnografia laureata”.
Maria Vittoria Cascino, Il Giornale, Genova,2.1.2007

"Si può interpretare il romanzo come una sorta di allegoria del fallimento dell'uomo di ogni tempo, che non riesce a vivere secondo l'insegnamento di Cristo e perciò cade inesorabilmente nel male. Il racconto storico del viaggio può quindi essere visto come il percorso dell'anima che, anziché salire a Dio, discende nel gorgo del male. In questo senso la storia dell'anima si carica di simboli: la foresta e la natura ostile sono la presenza del male, i selvaggi sono le tentazioni che insidiano continuamente il cristiano, l'Eldorado è il complesso dei falsi miti e delle illusioni che trascinano l’uomo verso il basso”.

Armando Fossati, Tradizione, Milano,giugno 2007.

"Un romanzo storico che verte su uno dei miti della conquista del nuovo mondo: l'Eldorado, ma è una metafora universale di come, spesso, un'utopia o, meglio, un delirio di onnipotenza possa portare al disastro".
Gian Piero Prassi, Bacherontius, Rapallo,novembre 2008



"L’epopea dei Conquistadores, un viaggio avventuroso alla ricerca della “città dell’oro”, l’oscuro intrigo della giungla tropicale, l’agguato, il macabro imprevisto, un pizzico di brivido. Troviamo tutti gli ingredienti tipici della grande narrativa d’azione in “Eldorado”, l’ultimo romanzo di Dionisio di Francescantonio. Lungi però dall’essere il classico racconto di avventure – alcuni critici hanno parlato a proposito di atmosfera western – o una delle tante letture a la page che in un cocktail grandguignolesco di sangue e storia offrono a buon mercato improbabili verità sul passato, “Eldorado” unisce l’avvincente suspence di una trama imprevedibile fino all’ultima pagina a una riflessione profonda sull’uomo e sulla civiltà...
E proprio in questa riflessione sulle ferite profonde di un’umanità che, nonostante i propri progressi, ha bisogno in ogni istante di essere salvata, sta forse il valore primario dell’opera di Dionisio di Francescantonio. Un romanzo che, per il costante interrogarsi sui destini dell’uomo e la forza introspettiva di una narrazione che rimane agile ed avvincente, potremmo definire essenzialmente metafisico. Al di là di ogni buonismo “politically correct”, l’autore di Eldorado svela il volto oscuro delle facili mitologie del “buon selvaggio”, fondate sull’esistenza in natura di un’umanità immacolata corrotta nei secoli da una civiltà che si vuol far credere repressiva e perversa. Un mito che, in aperto contrasto con millenni di tradizione cristiana, percorre un po’ tutta la cultura moderna, da Rousseau a Levi-Strauss, e ha infiammato gli animi di generazioni di intellettuali, matrice tanto delle grandi utopie rivoluzionarie, in ricerca di “una nuova umanità”, quanto della deriva nichilista di un ego dominante ma in fondo dominato, volontà pura di una forza ancestrale fine solo a sé stessa. Col suo itinerario ideale agli estremi confini della civiltà, di Francescantonio mostra con limpida chiarezza il punto di non ritorno di una cultura che idealizza, in vari modi, uno stato primordiale in cui libero arbitrio e responsabilità diventano formule vuote. Una prospettiva sempre più diffusa, i cui effetti sono oramai evidenti anche nel nostro quotidiano.
Alfredo Majo, L'operaio Ligure, Genova, Dicembre 2012 

Il 9 dicembre 2012 è stato conferito al romanzo ELDORADO il Premio internazionale di letteratura  PORTUS LUNAE. La cerimonia di premiazione ha avuto luogo presso la Sala congressi del NH Hotel di La Spezia.