sabato 12 gennaio 2013

IL CINEMA SOVIETICO NELL’ETA’ DEL DISGELO




Quest’opera segna un'importante cesura stilistica rispetto al  perfezionismo formale di quello che veniva chiamato "realismo socialista", poiché illustra per la prima volta in modo autenticamente realistico la condizione di miseria in cui versava la popolazione sovietica, in particolare durante il conflitto mondiale ma anche nella fase successiva, mostrando senza reticenze, ad esempio, fenomeni assai diffusi come il mercato nero. Ma è innanzitutto una struggente storia d'amore, un amore inteso come un sentimento esclusivo e assoluto: quello di due giovani prossimi alle nozze che vengono separati dalla guerra e dal procedere tragico e implacabile della storia. Si tratta di Boris e Veronika, che vediamo all’inizio del film mentre osservano nel cielo di Mosca uno stormo di uccelli migratori che preannunciano l'arrivo della primavera. E’ un volo di gru, che ricorda ai due giovani, che le citano, le parole pronunciate da Tùz, un personaggio de Le tre sorelle di Cechov: "Gli uccelli migratori, le gru per esempio, volano, volano e quali che siano i pensieri, sublimi o meschini, che passino per la loro testa, esse continueranno sempre a volare…". Il titolo del film, Letyat zhuravli, è stato tradotto, in italiano, con Quando volano le cicogne, ma gli uccelli migratori che i due innamorati guardano volare nel cielo non sono cicogne ma gru, come indica il titolo russo. Il film esprime uno struggente desiderio di pace attraverso la rappresentazione di sentimenti intimi, semplici, puliti, travolti e annientati dalla mostruosa macchina bellica. L'amore dei due giovani moscoviti è infatti drasticamente interrotto dalla partenza di Boris per il fronte e dalla drammatica sorte di Veronika, la quale, rimasta sola dopo aver visto morire sotto i bombardamenti dell’aviazione tedesca il padre e la madre, trova rifugio e accoglienza nella casa dei parenti del suo ragazzo; ma nella stessa casa vive anche Marco, un cugino di Boris, giovane vizioso e privo di scrupoli che, una notte, approfittando dell'atmosfera di terrore creata da un bombardamento, violenta Veronika. Come conseguenza dell’episodio, ella è costretta a sposare il giovane e, proprio mentre è in corso lo sposalizio, Boris, al fronte, viene ferito mortalmente durante un’azione di pattuglia. Prima di spirare, il ragazzo, in una sequenza filmica di grande efficacia e bellezza, rivede come in una ruota che gira vorticosamente davanti ai suoi occhi tutta la sua breve esistenza, tra cui i momenti felici passati insieme alla fidanzata. Veronika, ignara della morte dell’innamorato, vive infelice accanto a Marco, subendo i suoi loschi intrighi e le sue infedeltà. Ma Fjodor, il padre di Boris, scandalizzato dalla condotta del nipote, di cui Veronika gli fornisce le prove, lo caccia di casa, ergendosi a protettore della giovane che, intanto, ha raccolto un piccolo orfano che si chiama Boris come il suo innamorato.
Finisce la guerra, tornano a Mosca profughi e reduci: tra gli entusiasmi per la vittoria e l’esultanza per la pace, Veronika va inutilmente in cerca di Boris e, quando capisce che non tornerà più perché, evidentemente, è morto, piange disperatamente tutte le sue lacrime. Unico conforto per lei, ma indicibilmente triste, sarà quello di contemplare il volo delle gru che, alla vigilia della guerra, aveva ammirato insieme al suo innamorato. Quando volano le cicogne è indubbiamente un film molto romantico, esaltato dall'intensa interpretazione di Tatyana Samoijlova (una protagonista molto umana e non priva di contraddizioni e debolezze, ben lontana dalle eroine positive e tutte d’un pezzo alle quali il pubblico sovietico era abituato) e dalle raffinate riprese di Sergej Urusevskij, l’operatore di Kalatozov che alla Samoijlova dedica una serie di bellissimi primi piani.

Sulla scia di Quando volano le cicogne comparve un altro film,  La ballata di un soldato, girato nel 1959 da Grigorij Čuchraj, opera che costituiva, anch’essa, una dolente e appassionata denuncia degli orrori della guerra. In questo film un giovane soldato russo, Alëša, ottiene una licenza premio di cinque giorni per aver abbattuto due carri armati tedeschi.  Sulla lunga strada per arrivare alla fattoria della madre vedova, incontra Shura, una ragazza che si sta recando in visita dalla zia. Nei giorni che si trovano a passare insieme in quel tragitto comune, tra i due nasce un'amicizia che diventerà presto amore. Fosco sfondo del delicato sentimento sbocciato tra i due giovani è la Russia devastata dalla guerra, con i vari personaggi da essi incrociati: la guardia di un treno merci che accetta di farli salire in cambio del cibo in scatola di Alëša, un militare che ha perso una gamba e che non ha il coraggio di tornare dalla moglie per timore d’esser considerato da lei solo un peso, ma che grazie all’esortazione dei due giovani decide d'incontrarla, trovandone ricompensa nella gioia della donna che lo abbraccia con slancio. 
 Durante il tragitto, Alëša ha l'incarico di portare del sapone alla moglie di Pavlov, un suo commilitone, ma quando scopre che la donna, nell’assenza del marito, si è legata ad un altro uomo, decide di donare il sapone al padre di Pavlov, un uomo anziano che si occupa di un gruppo di bambini poveri. Infine, con grande rammarico, ma con la promessa di ritrovarsi dopo la guerra, Alëša deve separarsi da Shura e, avendo perso molto tempo nel viaggio per via della penuria dei mezzi di trasporto, avrà appena il tempo di salutare sua madre, per poi tornare immediatamente al fronte da cui non farà più ritorno. Durante l’ultima sequenza del film sentiamo una voce fuori campo pronunciare queste parole: “E’ triste pensare a ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, alle cose che avrebbe potuto fare e non ha fatto, all’amore che poteva dare e non ha dato. Ha avuto solo il tempo di essere un soldato”. Il film è molto commovente e vibrante, capace di alternare con naturalezza toni drammatici e sentimentali con tocchi di comicità, sempre in un clima di delicato lirismo. La confezione è di notevole maestria tecnica, con una fotografia di alta qualità e un’ottima recitazione degli interpreti. 

Merita di essere citato anche La lettera non spedita, girato ancora da Kalatazov nel  1959, forse di minor valore dei precedenti, ma pur sempre un film di grande impatto estetico ed emotivo. Quattro  ricercatori, tre uomini e una donna, vengono mandati nella taiga siberiana più remota alla ricerca di giacimenti diamantiferi. In questa zona desertica l’essere umano viene posto di fronte ad un ambiente estremo, in un tentativo non riuscito di adattarsi a condizioni proibitive in nome di un fine supremo, poiché i diamanti sono di grande importanza negli esperimenti astronautici spaziali. Ne risulta un dramma di struggente intensità, in cui si potrebbe anche cogliere una critica ad una società che pretende dai suoi figli imprese impossibili per i suoi fini di grandezza. La lettera non spedita è quella, lunghissima, che il capo della piccola spedizione scrive a puntate alla moglie. Non riuscirà mai a spedirla perché, come i suoi tre compagni, dovrà soccombere  alla forze della natura, alle piogge torrenziali che poi si tramuteranno in tempeste di neve e addirittura ad un vasto incendio boschivo che impedirà ai mezzi di soccorso di individuarli e da cui essi tenteranno di salvarsi scivolando lungo una zattera su un fiume immenso, dove, stremati dalla fatica, troveranno tutti la morte.
In questo film ritroviamo la Tatjana Samojlova  di   Quando volano le cicogne, della quale viene esaltata la notevole carica espressiva negli insistiti primi piani, dovuti al virtuosismo cinematografico di Sergei Urusevsky, l’operatore di Kalatozov che lavora con una cinepresa a mano per ottenere riprese di grande effetto,  con suggestive inquadrature delle figure e dei volti dei personaggi  sugli incombenti fondali della natura, alberi e rami aggrovigliati, rocce maestose, acque precipitose, che conferiscono agli elementi naturali una presenza invadente e ossessiva. La fotografia in bianco e nero è squisita. 
 Purtroppo, già nei primi anni Sessanta il rinnovamento cedette  nuovamente ad una visione del cinema meno libera e creativa. Ma i film citati conservano ancora oggi un certo valore, sia sul piano estetico, sia come documento d’un momento di libertà creativa forse unico nel greve panorama culturale del regime sovietico. Non ci si può esimere, tuttavia, dal fare almeno un acceno ad Andrej Tarkovskij, grande regista di livello internazionale che riuscì a girare, proprio negli anni Sessanta, film di grande bellezza e poesia come L'infanzia di Ivan e soprattutto il suo capolavoro, Andrej Rublev, ma proprio perché le sue opere risultavano lontanissime dal realismo socialista, tornato a infuriare nel suo aspetto peggiore, egli fu perseguitato dal regime sovietico, costretto a rinunciare a girare altri film e infine ad espatriare all’estero, dove non ritrovò mai più la felicità creativa dei suoi inizi. Ma questa è un’altra storia.
 



      






venerdì 4 gennaio 2013

Il delirio e la speranza

Dal 15 dicembre 2012 è stato distribuito su scala nazionale, vale a dire che si può trovare in ogni città italiana (e se non si trova sul banco della libreria dove si entra, basta ordinarlo per averlo in pochissimi giorni) il volume IL DELIRIO E LA SPERANZA (Storie di padri separati), pubblicato dalla Erga Edizioni di Genova (250 pagine al costo di € 10,00). Il libro apre il velo su un tema scottante di grande attualità, che riguarda ormai migliaiaia di persone e di cui si parla molto poco. La sua originalità sta nel fatto che viene trattato attraverso 11 racconti nati da drammatiche testimonianze di padri separati e rielaborati in chiave letteraria da sei autori diversi. 
La letteratura, si sa, è un'arma di grande efficacia per condurre il lettore dentro il problema e coinvolgerlo emozionalmente in situazioni spesso sconvolgenti che investono, in definitiva, la sopravvivenza stessa della famiglia, da sempre la cellula base della nostra società, indispensabile per la sua sopravvivenza. La curatrice del volume e direttrice della collana Voltar Pagina della Casa editrice Erga, Miriam Pastorino, scrive nell'introduzione: "Può una società sopravvivere senza padri? Mai come oggi il nostro futuro è apparso appeso alla capacità di liberarci in fretta delle zavorre del passato e in particolare di quelle false ideologie che, con la pretesa di regalarci il massimo della felicità assieme al massimo della libertà, hanno finito per spalancare le porte a innumerevoli dolori individuali e causato il collasso di tutte le nostre basi culturali e sociali".
Personalmente ho contribuito alla pubblicazione con due racconti lunghi, il primo e l'ultimo del volume: "Un padre virtuale" e "Gli opposti consiglieri".

Prime recensioni del libro. 

Riporto solo alcuni stralci:

"E' un libro che va letto dalla fine e che parla della fine. La fine dell'amore, la fine di un'unione. .. "Il Delirio e la speranza, storie di padri separati" è in libreria, edito da Erga Edizioni, ed è una raccolta di voci di papà messi alla porta... E allora è dalla fine di questo libro, dalla quarta di copertina che si capisce il senso, prima di addentrasi nei drammi di cui il libro trabocca. "Lo sguardo basso, le nocche delle dita bianche, un padre stringe le maniglie di due valigie. Nel buio della notte, le infila nel bagagliaio dell'auto. Guarda in alto, verso la luce calda di due finestre. La sua vita, l'unica che ha, è finita. Il suo domani è l'incerto dei sentimenti, l'instabilità economica. Senza più famiglia, senza più casa. Lontano dai figli. La donna su cui aveva basato la sua esistenza improvvisamente è diventata la sua nemica più implacabile. Gli occhi gli si inumidiscono, la ragione vacilla. E' il delirio. E' nato un (altro) uomo interrotto".... Le testimonianze dei padri, rielaborate in chiave letteraria, (fanno) di ogni racconto un esempio della quotidiana lotta per la conquista di una dignità che viene sistematicamente avvilita. Accuse infondate, le più abiette. Lungaggini giuridiche. Fiumi di denaro spesi per perizie psichiatriche tese a dimostrare ciò che è ovvio. Udienze senza esito. Muri di gomma, insormontabili..."
Noi, condannati a vivere da padri interrotti, Graziano Cetara, Il Secolo XIX, Genova 13/12/2012 

"Tutti ne parlano ma nessuno interviene. E' un male trasversale" spiegano le autrici e gli autori del volume "Il Delirio e la Speranza", undici racconti di padri separati: 252 pagine che si leggono d'un fiato, indignano e fanno venire brividi di paura.... Nel dramma dei figli è l'uomo a giocare il ruolo del reietto allontanato da casa, costretto a versare prebende spesso insostenibili a donne garantite da una legislazione farraginosa e vetusta... Ormai la tecnica usata dalle mogli è quasi sempre la stessa: denunciare l'uomo per maltrattamenti, chiedere la separazione, ottenere dal Tribunale il riconoscimento e un vantaggio economico..." 
I padri separati sono vittime di mogli e giudici di parte, Fabrizio Graffione, Il Giornale, Genova, 15/12/2012 

"Un libro coraggioso IL DELIRIO E LA SPERANZA, che raccoglie undici racconti di sei autori: storie così verosimili da poterci insegnare.... I racconti esplorano ciascuno un aspetto del difficile rapporto tra genitori separati, le famiglie di provenienza, i figli spettatori di un dramma che li coinvolge. La curatrice del libro, Miriam Pastorino, ha scelto per l'immagine di copertina un volto pensoso di bimbo, più efficace di tante parole... Due racconti staccano dagli altri: l'ultimo "Gli opposti consiglieri" di Dionisio di Francescantonio (anche autore della prima e molto negativa storia del libro). In questo finale racconta di una moglie con un lavoro più importante di quello del marito che si lascia attrarre da un superiore donnaiolo. Alla fine però si riconcilia col marito: speranza e ragionevolezza possono imporsi pur nel rapporto più deteriorato. E poi "Aurora" di Emanuele Scotti che fa il volontario e forse per questa via di dedizione ha imparato a trovare le parole di fede e perdono... "
In un libro scritto dai papà l'angoscia delle separazioni, Maria Luisa Bressani, Il Giornale, 13/1/2013 



“È possibile coltivare la speranza anche quando tutto sembra perduto e l’unica voce è un grido di dolore che sale dal profondo per dare sfogo al delirio in cui si è precipitati? È dura, a volte terribilmente dura, ma è possibile. Lo dimostrano le storie di padri separati raccolte nel volume “Il delirio e la speranza” (Erga edizioni), che hanno in comune l’angoscia di uomini che, dopo la separazione, sono stati strappati dall’affetto dei figli e, in alcuni casi, hanno dovuto aspettare anni per poterli riabbracciare. «Fa veramente impressione – scrive nell’introduzione Miriam Pastorino, curatrice del volume – vedere con quanta leggerezza e con quanta ostinazione certe madri costringano di fatto la prole nella condizione dell’orfano di padre. Questi racconti – prosegue – vogliono far riflettere sugli inutili dolori innescati da un malinteso senso di autoaffermazione della donna, solo parzialmente giustificato dalla sua storica condizione d’inferiorità». Alla fine, sottolinea la curatrice dell’opera, con il loro comportamento, queste madri diventano esse stesse «strumenti d’angoscia e infelicità per i loro figli». Una deriva che, purtroppo, coinvolge un numero molto alto di minori, “contesi” da adulti che, troppo impegnati ad odiarsi (come ben testimoniano alcune delle storie raccontate nel libro), dimenticano di essere anche genitori. Una condizione che, invece, non termina con il venir meno del legame matrimoniale.
«L’unico modo per dare un senso di speranza anche a vicende dolorose, come la fine di un matrimonio, è tornare a volersi bene». Così ha fatto Emanuele Scotti, autore di una delle storie de “Il delirio e la speranza”, riuscito a riemergere, persino rafforzato, da un’esperienza di separazione.
Con i padri separati in cerca di speranza, Paolo Ferrario, Avvenire, 25 gennaio 2013






martedì 25 dicembre 2012

NEL PARCO NIOKOLO KOBA DEL SENEGAL



Quando, svegliati dalla prima luce, mettemmo il naso fuori dai finestrini del veicolo, scoprimmo d’essere circondati da una nebbia giallina, pulverulenta, pervasa dall’oro dell’aurora, ma fredda, umida, appiccicaticcia come una gelatina. Non si vedeva quasi nulla, se non il fantasma di alcuni alberi e d’una serie di folti cespugli nei pressi dell’auto. Però si sentivano i cinguettii e i chioccolii di molti uccelli, tra cui, di quando in quando, si inseriva un singolare bramito, come un lamento stridente e prolungato che terminava in un sospiro o sbadiglio profondo. Poi dall’oro vischioso della bruma apparvero, stagliandosi irrealmente nel controluce vibrante, le nere silhouette di alcuni quadrupedi. Erano antilopi con lunghe corna appuntite come spade, immobili, tese, intente probabilmente a fissare lo stravagante animale quale doveva apparire ai loro occhi il nostro ingombrante pulmino. Forse il loro bramito era un appello, un interrogativo trepido e ansioso rivolto al pachiderma sconosciuto introdottosi in quell’alba primordiale e fantomatica a turbare il loro risveglio. Improvvisamente risuonò uno strido lacerante come il rumore d’una saracinesca bruscamente abbassata, forse il verso d’un grande uccello, e il gruppo di antilopi sussultò e squassò, scomponendosi in una fuga precipitosa. Di nuovo l’immobilità ragnata della nebbia ci circondò. Decidemmo di accendere il motore e di muoverci con cautela nella boscaglia nebulosa. Ai lati della pista un po’ sconnessa su cui il veicolo avanzava, la prateria appariva bruciacchiata da fuochi recenti, accesi evidentemente per limitare la crescita delle erbe e facilitare la visione degli animali. Intanto, tra gli alberi e gli arbusti, la luce del giorno, lottando con la bruma, componeva una sorta di sfavillante sinfonia di colori. L’erba scintillava di palpiti dorati, di schegge di diamante. La quieta melodia di molti uccelli sembrava accompagnare il fulgido dilagare del chiarore. Improvvisamente, bagliori possenti irruppero nella bruma, frantumandola e dissolvendola e incendiando la boscaglia di luce intensa.
 Trasfigurate da quell’oro lucente, piccole antilopi di razza impala con esili zampe e corni minuscoli si fronteggiavano in combattimenti giocondi, raspando il terreno con gli zoccoletti scuri e abbassando il capo per prepararsi al cozzo contro la rivale. Si slanciavano l’un l’altra addosso impetuosamente per schivarsi all’ultimo istante e passare oltre indenni. Forse mimavano per prova i futuri combattimenti d’amore, riservati a un’altra stagione. Ma ecco che nel folto dell’erba si delineò una snella forma accoccolata, un gattopardo dello stesso colore della vegetazione tra cui cercava furtivamente di nascondersi. Fissava con freddi occhi elettrici, con un’intensità quasi demoniaca, il branco di impala intento a giocare a non molti passi di distanza. Ne vedevamo il muso striato e le orecchie tese all’indietro nella tensione che probabilmente precede l’attacco.
Ma anche le impala si erano accorte della presenza importuna. Cessato all’istante il loro gioco, con pochi rapidi balzi si portarono più lontano, restando poi col muso rivolto verso il predatore, teso il piccolo collo, vibranti i cornini, i muscoli frementi e la piccola coda col ciuffo bianco in perpetuo movimento, pronte a scattare in fuga. Allora il felino si levò sulle zampe, sbadigliando, si scrollò leggermente e, con aria indifferente, trotterellò via, agitando ritmicamente la coda lunga e sinuosa come una frusta. Ma, percorsi pochi metri, si fermò nuovamente, si accucciò sulle zampe posteriori e, con gli occhi ridotti a fessure e il muso immobile come una sfinge, rimase a fissare le impala, studiandone sornionamente i movimenti. Quelle, irrequiete, non si azzardavano più a giocare al combattimento, strappavano nervosamente ciuffi d’erba coi musi appuntiti, sgroppavano, scalciavano l’aria, finché, vinte dalla prudenza, ruppero tutte assieme in una fuga liberatrice, scomparendo rapidamente nel folto della vegetazione. Il passaggio del nostro pulmino a pochi metri di distanza non scompose il gattopardo, che restò al suo posto senza degnarci d’una occhiata. Nell’aria risuonavano i più diversi canti di uccelli: cinguettii sincopati, flautate melodie, stridule invettive di prefiche, languidi appelli colmi di malinconia.
Dalle cime degli alberi branchi di scimmie ci osservavano curiose. Le bertucce spalancavano la bocca in smorfie beffarde, si infilavano le dita nel naso, si grattavano vigorosamente la pancia e la zucca, agitando il corpo ritmicamente mentre emettevano un dissonante concerto di mugolii e grugniti. Coppie stavano strettamente allacciate come per rassicurarsi, mimando inconsapevolmente abbracci pieni di buffonesca passione. Più avanti, un uccello folto di piume ma con ali troppo piccole per volare, del quale nessuno di noi conosceva il nome, una creatura elegante, dalle lunghe zampe sottili come giunchi, inseguiva a balzi una lucertola in fuga. Emettendo un querulo e stizzito gorgheggio bloccò il piccolo rettile con la zampa unghiuta, poi l’afferrò col becco e in un istante l’ingoiò. I suoi grandi occhi ci osservarono freddamente mentre transitavamo a qualche metro di distanza. Continuando ad avanzare, vedemmo un grande stagno rilucere sul nostro fianco sinistro. 

Il sole produceva scintillii vibranti sull’acqua verde e sbuffi di vapore dorato e grugniti prolungati provenivano da essa. Sei o sette ippopotami si crogiolavano in quell’acqua; ne vedemmo spuntare i musi rotondi e le orecchie setolose; gli occhietti porcini osservavano con sonnacchiosa indifferenza il nostro passaggio. Una bocca si spalancò in un sonoro sbadiglio e un torso emerse in parte dallo stagno, forse per cercare una posizione più comoda. Era un rotolo adiposo di carne, una massa rotonda e stillante acqua che subito tornò a immergersi, sollevando alti spruzzi di liquido. Di nuovo risuonò quel grido lacerante simile al suono d’una saracinesca abbassata, e uno stormo di uccelli rossi e neri frullò via da un baobab non lontano. Passò rumorosamente sul nostro capo, oscurando per qualche momento la luce del cielo. Noi continuavamo a deliziarci di quanto osservavamo, nutrendo quasi l’illusione d’esser finiti nel giardino dell’Eden, all’alba del mondo, quando gli animali vivevano liberi e felici la loro esistenza selvaggia. Ma poi una scena feroce ci riportò bruscamente alla cruda realtà del luogo. Repentinamente, assistemmo alla corsa disperata d’una lepre africana inseguita dal suo nemico mortale, uno sciacallo che mostrava ingannevoli sembianze delicate, orecchie affilate e snelle zampe eleganti, ma implacabile nell’incalzare la preda e crudelissima nell’afferrarla e stringerla alla gola per soffocarla. La vedemmo attoniti portarsela via rapidamente, voltandosi intorno guardinga e dimenando nervosamente la coda nel timore di veder comparire un animale più grande che lo costringesse a cedere la sua vittima. Ma più tardi, consumato il nostro pranzo natalizio all’ombra d’un grande baobab (avevamo acquistato un pollo e alcuni dolci di miele al vicino mercato di Tambacounda per festeggiare il Natale in un picnic nella boscaglia, divertiti, più che spaventati, dalla possibilità d’essere osservati da qualche bestia feroce) e ripreso il nostro lento itinerario nel parco, fummo nuovamente pervasi dalla magica impressione d’esser finiti in un luogo delle meraviglie, dentro un universo primevo e struggente dove la natura imperava sovrana e nel quale gli esseri viventi si svelavano ai nostri occhi come figli o emanazioni di quell’essenza possente e incombente di cui noi stessi, in quel momento, ci sentivamo d’esser parte, anche se non del tutto, poiché dentro di noi restava la consapevolezza che quel rapporto viscerale con la natura l’avevamo perduto dacché  la cultura di cui eravamo figli si configurava soprattutto come il dominio dello stato di natura con la supremazia della tecnologia e della ragione (o dell’illusione della supremazia della ragione); avvertendo tuttavia la nostra qualità, nonostante tutto, come una condizione di orfanezza, come una perdita dolorosa di quel rapporto simbiotico e di quella dialettica misteriosa che un tempo ci legava in profondità alla natura.
Fu quando incontrammo due coppie di giraffe intente a scambiarsi voluttuose tenerezze, intrecciando ripetutamente i lunghi colli con femminee, serpentine e delicate movenze e lambendosi i musi con le lingue appuntite in un ritmo misterioso, come seguendo una soave musica interiore e componendo un quadro di armonia e di bellezza che ci affascinava i sensi e stordiva la mente. Oppure allorché, al crepuscolo, nell’ora di tregua in cui tutti gli animali vanno a bere, vedemmo uno stagno rotondo dove tuffavano il muso, incoronati di scarlatto dalla luce morente, il bufalo e l’antilope, l’istrice e lo sciacallo, la bertuccia e il facocero. La malìa del Continente Nero ci lambiva con forza, trasmettendoci quella sorta di nostalgia o anelito misterioso che qualcuno ha chiamato “mal d’Africa”. Ma – ci chiedevamo – in che consisteva quella magia che ci trasmetteva un sentimento di languore e di struggimento così intenso? Probabilmente proveniva dal fatto che la natura africana è di una qualità radicalmente diversa da quella dell’Europa. La natura africana è grandiosa, possente, onnipresente. E gli animali africani, immersi in quel paesaggio primordiale, sembravano rievocare veramente i tempi della creazione del mondo.  Il Continente Nero (almeno nel lembo di natura primitiva presso la quale ci trovavamo in quel momento, dove le tristi condizioni dell’Africa contemporanea apparivano sbiadite e lontane) sembrava proprio configurare non tanto un sogno d’evasione nell’esotismo quanto l’immagine emblematica di ciò che di più arcaico si nasconde nelle profondità del nostro essere, nelle pieghe più occulte della nostra psiche, ancora memori delle nostre origini oscure. E probabilmente il cosiddetto “mal d’Africa” non è altro che l’accentuazione particolare della memoria d’una nostra condizione remota, di impulsi segreti che hanno come comun denominatore la nostalgia, cioè quel che chiamerei desiderio di “tornare alla madre” intesa come terra madre o madre natura. Ma forse questo sentimento veniva complicato ulteriormente da un altro elemento imponderabile. Probabilmente l’Africa – quell’Africa, almeno, che avevamo sotto gli occhi in quel momento – rimane tuttora una porta spalancata ai sogni infantili d’un paradiso perduto che si possa vivere concretamente, un potente polo d’attrazione per noi occidentali malati irrimediabilmente di quello struggimento indeterminato descritto tanto spesso nel ricco filone della lirica romantica nostalgica, volta al rimpianto del passato svanito; rimpianto o nostalgia, occorre però notare, che, anche quando sembra riferirsi a un’infanzia dell’umanità ormai perduta, è indirizzata in realtà a una condizione che non c’è stata mai: a una pienezza di significato e di felicità che abbiamo soltanto immaginata, e che tuttavia rimpiangiamo come qualcosa che ci sia stata negata o alienata.



Dionisio di Francescantonio